Il rancore
Rancore, risentimento, amarezza, delusione, sono tutti sentimenti che provocano la Vendetta.In alcuni momenti, sembra addirittura necessaria.Solo per una soddisfazione personale, per ripicca, per il desiderio di rivalsa o di rivincita contro qualcuno; solo perchè, una certa persona, ci ha trattato male, ci ha traditi, ci ha umiliati, ci ha offesi.E allora stiamo là, a rimuginare sul dolore che ci ha provocato, sulla delusione per una fiducia mal riposta e pensiamo che per guarire da questo dolore ci sia solo un modo: la Vendetta!Congetture su congetture, fino ad arrivare al momento giusto.Alla fine si arriva a progettare una qualsiasi situazione che possa umiliare la persona che ci ha leso l’orgoglio, che ci ha traditi, che ci ha fatto star tanto male.All’inizio arriva il dolore. Forte, acuto, opprimente.La delusione per esserti fidata di una persona che ritenevi diversa, degna della tua fiducia, del tuo amore, delle tue confidenze.Il rancore per il dolore che ti ha provocato.L’odio per quello che ti ha fatto.Poi vuoi Vendetta. E inizi a progettarla, a studiarla, a ideare una qualsiasi situazione che possa rendere pan per focaccia. E stai là, giorno dopo giorno, a rimuginare su tutto, a discuterne in continuazione.
In quel momento, credi solo che la Vendetta sia il modo migliore per ottenere un qualsiasi tipo di Giustizia, che alla fine ci si possa ritenere soddisfatti, appagati, felici.Ma se invece dopo che si progetta tutto nei minimi dettagli, si umilia la persona cattiva, questa non recepisce il messaggio?Se addirittura diventa lei la vittima? Ci si rivolta tutto contro, e diventiamo noi i cattivi, agli occhi di altre persone esterne ai fatti?Allora ne è valsa la pena?Ed è convenuto vendicarsi?Non era meglio lasciar stare?Forse, era meglio ignorarla, per non farle recepire il dolore che ci ha inflitto.Forse, bastava comportarsi con educazione e freddezza, senza darle troppa importanza.Chissà?
Parte Psicologica
Del rancore molto si sa, spesso in maniera inconsapevole, poichè lo si vive, ma poco s’è scritto.Si tratta di un sentimento legato alla sfera di quelle che vengono definite le rabbie croniche, come la lamentosità o il mugugno. La differenza è che il rancore tende a mantenersi nel tempo (mentre il risentimento,è passeggero),e soprattutto che è legato a progetti di vendetta. È un sentimento cronico, acre, inacidito, proprio come un alimento dimenticato in dispensa.
Un sentimento, potremmo dire, rovinato.È come prendere un veleno e aspettare che l’altro muoia. Sentimento penoso per chi lo prova, e devastante, sia per il rancoroso sia per l’oggetto del rancore, che può andare incontro a vendette terribili.A differenza del risentimento, il rancore si muove sui pensieri cosiddetti controfattuali: pensieri contro il fatto, contrari all’accaduto (come sarebbe andata se io avessi fatto o non avessi fatto…). Pensieri che rischiano di portare la vittima di una violenza o di un abuso in un circolo vischioso e vizioso, che può esitare in una ristrutturazione regressiva dell’identità (l’identificazione con il ruolo della vittima) o verso la vendetta.
D’altronde, come sempre, è anche un problema di quantità. Se non eccessivo, il rancore può guidare verso l’elaborazione del danno subito e verso una nuova consapevolezza di sè, come ogni forma di sofferenza. Rispetto ad altre forme del dolore, però, il rancore ha il vantaggio/svantaggio di proporci un bersaglio: colui o colei da cui ci siamo sentiti offesi o feriti. Ci pone dunque di fronte a una scelta di non poco conto, quella tra la vendetta e il perdono, che sta alla base di una possibile antropologia della cultura.
Grazie.Diantha




